Come funziona

Cosa succede a un sito dopo che è online: cosa si rompe, e chi lo aggiusta

Un sito pubblicato non è finito. Dominio, certificato, server, modulo dei contatti e strumenti di misura cambiano per conto loro, e ognuno ha un responsabile diverso. Le cinque cose che si rompono senza che nessuno le tocchi, come te ne accorgi e a chi tocca sistemarle.

Fabio Ariotti14 min di lettura
Cinque lastre di pietra in fila su un piano scuro, una sola inclinata e con il bordo arancione, come una tessera che sta cadendo

La risposta corta

Il sito è online: devo ancora occuparmene?

Sì, perché niente di quello che lo tiene in piedi sta fermo. Il dominio va rinnovato ogni anno e se salta il pagamento il sito sparisce insieme alla posta. Il certificato che mette il lucchetto scade nel giro di mesi. Il server sotto al sito cambia versione e un'estensione può smettere di funzionare da un giorno all'altro. Il modulo dei contatti dipende da regole email che Google ha cambiato. Gli strumenti di misura si spengono da soli. Ognuna di queste cose ha un responsabile diverso, e il lavoro di manutenzione è sapere chi è, e accorgersene prima del cliente.

Il giorno della consegna è il giorno in cui il sito sta meglio. Da lì in poi tutto quello che gli sta intorno cambia: il fornitore del dominio manda una fattura che finisce in una casella che nessuno apre, il certificato scade, il server passa a una versione nuova, Google cambia le regole con cui accetta le email. Il sito non fa niente di sbagliato. Semplicemente il mondo intorno si muove, e lui no.

Questo articolo elenca le cose che si rompono da sole, come te ne accorgi e a chi tocca rimetterle in piedi. Sono cinque, e stanno in cinque posti diversi: è il motivo per cui di solito nessuno se ne occupa.

Cinque cose che si rompono senza che nessuno le tocchi#

Il dominio scade ogni anno, e non da solo#

Un dominio .it è registrato per un anno. Il regolamento del Registro .it dice che alla scadenza i nomi «sono rinnovati automaticamente», ma il rinnovo automatico è fra il Registro e il fornitore che ha registrato il dominio per te, il Registrar. Fra te e il Registrar c'è una fattura. Se quella fattura non viene pagata, lo stesso regolamento dà al Registrar la facoltà di cancellare il dominio «anche senza l'esplicita richiesta da parte del Registrante».

Da lì parte un conto alla rovescia, e le Linee guida tecniche del Registro lo scandiscono con precisione: quindici giorni di tolleranza dopo la scadenza, poi il dominio cancellato passa in uno stato chiamato redemptionPeriod per al massimo trenta giorni, durante i quali «non è delegato», cioè il sito non si apre e la posta con quell'indirizzo non arriva. Lo può recuperare solo lo stesso Registrar. Passati i trenta giorni, il nome viene cancellato ed è «immediatamente disponibile in rete per una nuova registrazione». Chiunque, quel giorno, può prenderselo.

Il punto pratico non è il regolamento: è dove arriva quella fattura. Se il dominio vive nell'account dell'agenzia che ti ha fatto il sito, la scadenza la vede l'agenzia, e se l'agenzia nel frattempo ha chiuso o ha smesso di risponderti, nessuno la vede. È uno dei motivi per cui il dominio va intestato a te, con la tua email come contatto.

Il lucchetto ha una data di scadenza#

Il lucchetto accanto all'indirizzo, quello che fa comparire https, è un certificato, e i certificati scadono. Quelli gratuiti di Let's Encrypt, che oggi coprono una parte enorme del web, durano 90 giorni: la loro documentazione dice che «non c'è modo di modificare queste durate, non ci sono eccezioni». E la durata massima consentita a qualunque certificato si sta accorciando per tutti: il forum che riunisce le autorità di certificazione e i produttori di browser ha approvato nell'aprile 2025 un calendario che porta il limite da 398 a 47 giorni, in tre passi fra il marzo 2026 e il marzo 2029. Il primo è già scattato.

Cosa vede il cliente quando il certificato scade: una pagina a tutto schermo del browser che dice che la connessione non è privata, con un bottone per tornare indietro. Quasi tutti tornano indietro.

La conseguenza dei numeri qui sopra è che rinnovare a mano non è più una strada. Il rinnovo deve essere automatico, e qualcuno deve controllare che l'automatismo abbia funzionato, perché quando salta non avvisa: te ne accorgi dalla pagina rossa.

Il server invecchia sotto al sito#

Un sito gira sopra a del software che non è suo: il linguaggio in cui è scritto, il sistema che lo serve, le librerie che usa. Tutto questo ha una data di fine supporto, e gli hosting aggiornano perché tenere versioni vecchie è un rischio anche per loro.

L'esempio più comune in Italia è PHP, il linguaggio sotto a WordPress e a gran parte dei siti delle piccole imprese. Il calendario ufficiale delle versioni dice che PHP 8.1 non riceve più correzioni di sicurezza dalla fine del 2025, e PHP 8.2 le perde a fine 2026. Quando l'hosting passa alla versione successiva, un sito scritto per quella vecchia può aprirsi con una pagina bianca. Non è successo niente al sito: è cambiato il pavimento.

Lo stesso vale per il software del sito stesso. WordPress, nell'annuncio con cui nel giugno 2025 ha chiuso gli aggiornamenti di sicurezza per le versioni dalla 4.1 alla 4.6, mette in chiaro la regola generale: «l'unica versione di WordPress attivamente supportata è la più recente». Poi ci sono i plugin, ognuno scritto da qualcuno di diverso, ognuno con il suo ritmo di aggiornamento. Ogni tanto due aggiornamenti litigano e una parte del sito smette di funzionare, e il modo in cui te ne accorgi è che un cliente ti dice che il modulo non va.

Il modulo dei contatti smette di consegnare#

È la rottura più silenziosa, perché il modulo continua a dire «grazie, ti ricontatteremo» anche quando la richiesta non arriva a nessuno.

Il modulo manda un'email. Quell'email arriva alla tua casella, che nella maggior parte dei casi è Gmail o Google Workspace, e Google dal 1° febbraio 2024 chiede a chi invia posta di rispettare dei requisiti: il dominio che invia deve essere autenticato con SPF o DKIM, il server deve avere un record inverso valido, e se il tasso di segnalazioni come spam supera lo 0,30% la posta «potrebbe non essere consegnata come previsto, o essere contrassegnata come spam». Chi non li rispetta si vede rifiutare i messaggi con un codice di errore, che però arriva al server del sito, non a te.

Un modulo montato nel 2022 e mai più toccato manda ancora le email nello stesso modo di allora. Se quel modo oggi non passa, le richieste finiscono nello spam o non partono, e l'unico segnale che hai è che da un po' non scrive nessuno. Che è un segnale che si scambia facilmente con «il sito non funziona» o con «è un periodo morto».

Gli strumenti di misura si spengono da soli#

Il 1° luglio 2023 Universal Analytics, la versione di Google Analytics che stava nella maggior parte dei siti, ha smesso di elaborare i dati, e dal luglio 2024 Google li ha cancellati. Un sito che aveva ancora quel codice ha continuato a mandarlo per mesi a un servizio che non lo ascoltava più. Chi apriva il pannello ogni tanto ha visto i grafici a zero e ha pensato a un calo. Chi non lo apriva non ha visto niente.

Vale per tutto quello che è collegato da fuori: la mappa, il widget delle recensioni, il pulsante di prenotazione, il banner dei cookie. Ognuno di questi è un servizio con le sue regole e le sue chiavi, e ognuno può cambiare senza che il tuo sito ne sappia niente.

Chi se ne accorge, e a chi tocca#

Messe in fila, le cinque rotture hanno un tratto in comune: quasi mai se ne accorge chi dovrebbe aggiustarle.

Cosa si rompe Chi se ne accorge, di solito A chi tocca sistemarlo
Il dominio Un cliente che non trova più il sito, o tu che non ricevi più email Chi ha l'account presso il Registrar
Il certificato Il cliente, dalla pagina rossa del browser L'hosting, o chi ha configurato il rinnovo
Il server e gli aggiornamenti Chiunque apra il sito dopo l'aggiornamento Chi ha scritto o montato il codice
Il modulo dei contatti Nessuno, per settimane Chi gestisce insieme dominio, posta e codice
Gli strumenti collegati Nessuno, per mesi Chi tiene d'occhio i pannelli

La colonna di destra è il problema. Sono almeno tre soggetti diversi, il Registrar, l'hosting e chi ha fatto il sito, più te per i contenuti, e ognuno ha ragione a pensare che quella cosa non sia sua. Il dominio non è un problema di chi scrive il codice. Il modulo che non consegna non è un problema del Registrar. Nessuno sta sbagliando, ed è per questo che resta rotto.

Cinque riquadri in fila, dominio, certificato, server, modulo, strumenti; sotto ognuno una linea che scende verso un responsabile diverso, e una sola linea arancione che parte dal riquadro «modulo» e non arriva a nessuno
Cinque rotture, quattro responsabili, e una che non è di nessuno.

Cosa vuol dire «manutenzione», in concreto#

La parola sembra aria fritta perché di solito viene venduta senza dire cosa c'è dentro. Dentro ci sono quattro verbi.

Controllare. Un sistema che prova ad aprire il sito ogni pochi minuti e avvisa se non risponde, che guarda la data di scadenza del certificato e del dominio, e che manda una richiesta di prova dal modulo per vedere se arriva. È la parte che costa meno e che quasi nessuno fa, perché finché va tutto bene non produce niente.

Aggiornare. Il software sotto al sito, prima che l'hosting lo faccia da solo e nel momento sbagliato. Con un controllo dopo, perché un aggiornamento che passa senza che nessuno guardi è un aggiornamento che potrebbe aver rotto qualcosa in silenzio.

Salvare. Una copia del sito che non stia sullo stesso hosting del sito. La copia che l'hosting fa per conto suo è comoda, ma sta nello stesso posto: se il problema è l'hosting, se ne va con lui. E una copia vale solo se ogni tanto qualcuno prova a ripristinarla.

Modificare. Orari, prezzi, una foto, un servizio nuovo, la pagina di un prodotto che non c'è più. È la parte che vedi, ed è quella per cui di solito si chiama. Le altre tre sono quelle per cui non si chiama mai, finché non è tardi.

Come la mette ArtCode#

I siti che ArtCode costruisce non hanno plugin, quindi la terza rottura di questo articolo, quella dei due aggiornamenti che litigano, non c'è. Le altre quattro ci sono per qualunque sito, compreso questo, e si gestiscono allo stesso modo: il dominio è intestato a te con la tua email come contatto, il certificato si rinnova da solo e viene controllato, il sito gira sullo stesso hosting di questa pagina, monitorato, e il modulo dei contatti manda la richiesta dove deve arrivare.

Dopo la consegna, l'hosting è compreso per il primo anno. Poi la gestione resta ad ArtCode con un canone mensile che copre le quattro cose di sopra, aggiornamenti, backup, monitoraggio e le modifiche fatte entro 48 ore, più gli articoli con cui il sito continua a farsi trovare, oppure te ne occupi per conto tuo. In tutti e due i casi cosa porti via e a che condizioni sta scritto nel preventivo, voce per voce, prima della firma.

Il canone non serve a tenere in ostaggio nessuno. Serve perché delle cinque cose che si rompono da sole ce ne sia una persona che se ne accorge, e non sia un tuo cliente.

Domande frequenti#

Se il sito è fatto con WordPress, basta cliccare «aggiorna»?#

Il clic è la parte facile. Il rischio sta in quello che succede dopo: un plugin che non è pronto per la versione nuova, un tema che non viene più aggiornato da anni, una pagina che si apre bianca. Un aggiornamento fatto bene ha una copia da cui tornare indietro e qualcuno che guarda il sito subito dopo. Aggiornare senza guardare è come non aggiornare, solo con più sorprese.

Il mio hosting fa già il backup: non basta?#

È un buon inizio, ma quella copia sta nello stesso posto del sito. Se il problema è il fornitore, un account sospeso, un'interruzione lunga, un errore loro, la copia se ne va insieme all'originale. Serve una seconda copia altrove, e serve che ogni tanto qualcuno provi davvero a rimetterla in piedi: un backup mai ripristinato è un'ipotesi.

Da quanto tempo non ricevo richieste è un segnale?#

Dipende da quante ne ricevevi. Il modo più rapido per non dover indovinare è mandare una richiesta di prova dal modulo, ogni tanto, e vedere se arriva. Se il sito ha un canone di gestione, quella prova dovrebbe farla chi lo gestisce, con una cadenza fissa, senza che tu debba pensarci.

Il certificato lo posso rinnovare io?#

Su quasi tutti gli hosting oggi il rinnovo è automatico e non devi fare niente. La domanda giusta è un'altra: chi si accorge se l'automatismo salta? Le durate si stanno accorciando per tutti, e un certificato che scade non manda un avviso: mostra una pagina rossa a chi apre il sito.

Cosa succede se non voglio nessun canone?#

Che il sito è tuo e te ne occupi tu, e va benissimo, purché le cinque cose di questo articolo abbiano un nome accanto. La scadenza del dominio nel calendario, la data del certificato, chi aggiorna, dove sta la copia, chi prova il modulo. Il canone non è l'unico modo per farlo. È l'unico modo per non doverci pensare.

Le fonti, se vuoi controllare#

Parlarne non costa niente.
Restare così, sì.

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